No Pressure Over Cappuccino

Comunemente la gente va in palestra, corre per prendere la metro, attende con ansia la pausa pranzo ma per me il momento essenziale della giornata si colloca esattamente tra il risveglio avvolto tra le soffici coperte e l’istante in cui mi siedo davanti alla scrivania per lavorare.

Forse si tratta di un desiderio inespresso. E’ un bisogno costante, il mio mantra e una necessità da soddisfare. Sentire quel tiepido liquido caldo che mi attraversa lo stomaco mi inebria di stabilità emotiva, dissipa i miei dubbi esistenziali e riequilibra le mie paturnie. Cerco di ritagliare il momento Cappuccino in ogni attimo disponibile, anche adesso che il caldo estivo mi coglie con il costante desiderio di bevande rinfrescanti.

No-Pressure-Over-Cappuccino-By-MicheleMoricci

Verso il latte bollente e un goccio di caffè dalla caraffa nella tazza migliore. Mi assicuro che la schiuma sia adeguatamente montata e che troneggi sopra agli altri ingredienti. Appoggio con cura la tazza su di un variopinto tovagliolo e poso un semplice cucchiaio vicino ad essa per scattare l’ennesimo instagram. Celebrativo, d’ispirazione e quasi Totem della mia quotidianità, un sublime tentativo di ingelosire quelli che, là fuori da qualche ora, attendono con ansia la pausa caffè in ufficio. Ascoltandomi ora sembra che il momento del cappuccino sia un’antica tradizione tramandata in famiglia ma, benché mia sorella ne faccia un consumo smodato sin da quando ho la facoltà di ricordare, ho scoperto il piacere del cappuccino in un modo inconsueto per un Italiano e piuttosto tardi.

Al riparo dal freddo Nordico di Berlino in una nota caffetteria, colsi la sfida di un’amica di assaggiare il famigerato tall-cappuccino, il più piccolo dei tre ma pur sempre il più grande secondo il mio criterio. Attesi in fila fin quando arrivò il mio turno e a gran voce sentii gridare il mio nome storpiato, afferrai l’enorme tazza bianca, spolverai la cima con della cioccolata in polvere e lo assaggiai. Apprezzai immediatamente la schiuma dolciastra ma subito dopo percepii il sapore amaro del caffè, il bollente calore del latte e il fastidioso dolore che invadeva la mia lingua bruciacchiata.

E così come una ricorrenza pagana ogni volta che mi trovo davanti ad una caffetteria devo berne uno: in tazza grande, piccola, tall o in qualsiasi altro formato sfidando il mio stomaco alla digestione. Firenze, Londra, Parigi o San Francisco, ovunque mi trovassi, dovevo saziare questo crescente bisogno di latte e caffè. Da quel giorno mi resi conto, che benché ci avessi provato con determinazione, non potevo più fare a meno del Cappuccino.

Così la mattina quando mi sveglio sorseggio il mio cappuccino in religioso silenzio. Non ci sono per nessuno. Non rispondo al telefono che squilla, non leggo le nuove email in entrata e non lascio neanche una goccia nella tazza.

Sarà stata colpa della mia amica, della teoria della schiuma di Lucy Liu in Ally McBeal o semplicemente una conseguenza forzata dell’innato amore per la cucina – con i suoi utensili, tazze & caffè – proprio come succede alla protagonista di Kitchen, il primo romanzo di Banana Yoshimoto.

Qualcuno leggendo tutto ciò potrà pensare che si tratti di un disturbo ossessivo compulsivo, o che io sia uno di quelli ossessionati da qualcosa tanto da non poterne fare a meno ma io – che non posso farne a meno – considero questo semplice piacere quotidiano come un’elegante, intima e longeva storia d’amore.

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